Quello che segue è un articolo, da me realizzato, pubblicato dalla EDIS - edizioni specializzate sulla loro rivista ESSECOME.
| gli Arabi |
Anche la civiltà araba ha contribuito, seppur in modo episodico,
alla storia della criptografia.
Si hanno notizie di un libro sull'argomento scritto nell'ottavo secolo da un matematico arabo, il cui nome sembra esso stesso un testo cifrato: Abu 'Abd al-Rahman al-Khalil ibn Ahmad ibn 'Amr ibn Tammam al Farahidi al-Zadi al Yahmadi, ispirato dalla risoluzione dei criptogrammi scritti in greco da funzionari dell'impero Bizantino. La soluzione fu trovata seguendo il metodo, ancor oggi applicato, di ipotizzare le prime parole che compongono il messaggio, e, basandosi su tale ipotesi, verificare la decifrabilità dell'intero testo. Un altro studioso arabo Abd al-Rahman ibn Khaldun, in un suo libro di storia ci narra dell'uso di nomi di profumi, frutti, uccelli e fiori per indicare lettere dell'alfabeto oppure l'uso di simboli al posto delle lettere. Tali metodi di criptografia erano in uso presso i militari ed i funzionari preposti alla raccolta delle tasse. Ma la generale mancanza di continuità degli stati islamici e la conseguente assenza di strutture pubbliche ed ambasciate presso gli altri stati, fu di ostacolo alla nascita di una cultura consolidata nella criptografia. |
| il Vecchio Continente | Il contrario succedeva nel vecchio continente, dove la chiesa negli anni
del medioevo era una organizzazione articolata, presente in tutte le nazioni,
attivamente impegnata in affari ed in politica. Tutte queste attività richiedevano la disponibilità di canali di comunicazioni segreti e di metodi per la criptografia dei messaggi. |
| Roger Bacone | Ecco quindi il frate inglese, Roger Bacone, che nel 1200 descrive metodi per celare messaggi utilizzando abbreviazioni, alfabeti inventati, e codici veri e propri, in cui, per esempio, il nome di una città è sostituito con quello di un animale. Sua è l'affermazione che: "è pazzo chi scrive una cosa segreta in maniera tale che non sia nascosta agli altri". |
| Gabrieli di Lavinde ed il primo Nomenclatore |
Nel secolo successivo Gabrieli di Lavinde, su richiesta di Clemente VII,
creò quello che è considerato il primo nomenclatore di cui
si ha notizia.
Si tratta di uno strumento che comprende un metodo di criptografia basato
sulla sostituzione, ed un codice, cioè una lista di parole a cui ne
corrispondono altre da sostituire nel testo in chiaro.
Quello che segue è un esempio di nomenclatore formato da tre parti:
l'alfabeto di sostituzione, la lista dei codici e la lista delle parole nulle.
Come si vede il testo da inviare viene manipolato due volte, nella prima passata viene codificato (ad ogni parola si sostituisce il corrispondente codice), nella seconda passata viene criptografato. Ciò comporta che se anche il criptoanalista riesce a scoprire il metodo di criptatura, si trova comunque a dover risolvere la codifica prima di aver terminato il suo lavoro. Inoltre questo sistema è modulare, si può cambiare il metodo di cifratura (p.e. un alfabeto diverso a seconda del giorno in cui viene inviato il messaggio), mantenendo il codice; oppure si può modificare il codice (p.e. a seconda del destinatario), mantenendo costante il metodo di cifratura. Con il passare del tempo la parte di codice dei nomenclatori divenne sempre più grande fino a contenere molte migliaia di parole. |
| Nomenclatore ad una parte | Per rendere agevole la consultazione, sia da parte di chi codificava
il messaggio, che di chi lo decodificava, era in uso l'abitudine di elencare
in ordine alfabetico le parole da codificare e di scegliere le parole sostitutive
ancora in ordine alfabetico(Argento, Oro, Preparare,... e Acqua, Cane, Erba,...).
Questo sistema fornisce però al criptanalista un'informazione in più
nel suo lavoro, in quanto la conoscenza di parte del sistema di codifica
permette di risalire più facilmente alle restanti parole. |
| Antoine Rossignol ed i Nomenclatori a due parti |
Nel 1600 un francese, Antoine Rossignol, evidenziò questa debolezza
e propose la realizzazione di una codifica in cui non vi fosse più
un ordinamento tra le parole.
Per rendere pratico l'utilizzo di un tale metodo è sufficiente realizzare due elenchi, nel primo sono elencate in ordine alfabetico le parole da codificare, nel secondo sono elencate in ordine alfabetico le parole codificate.
Ovviamente nella fase di codifica si possono utilizzare dei numeri al posto
di parole e quindi, tornando al nostro esempio, far corrispondere ad Argento
100, ad Oro 150, a Preparare 200 e così via. |
| i Codici Commerciali utilizzati con il telegrafo |
Subito dopo l'avvento dell'uso del telegrafo, furono stabiliti dei codici
commerciali con lo scopo di ridurre il numero di caratteri necessari per
trasmettere un messaggio, al fine di contenere i costi.
Per gli affaristi che avevano necessità di mantenere segrete le comunicazioni, fu facile aggiungere una qualche forma di criptografia che garantisse la riservatezza del messaggio. Un metodo molto semplice consiste nello scambiare di posto le cifre del codice, applicando quindi una trasposizione.
Se il messaggio codificato è composto dai codici 1024 3201 2501 1413,
riarrangiando le cifre secondo la sequenza 3 2 4 1 (che costituisce la chiave
secondo cui effettuare la trasposizione), si ottiene 2041 0213 0512 1431.
Altre variazioni sul tema consistono nello scrivere, orizzontalmente, i codici
in quattro file, che poi vengono rilette verticalmente.
E questo rimane vero anche nel caso in cui, operando con un codifica a numeri, si devono eseguire operazioni di trasposizione o di somma, che complicano molto la fase di criptoanalisi, ma che costano relativamente poca fatica al mittente ed al destinatario del messaggio. |
Ultimo aggiornamento effettuato il 08 - Jan - 1998